ALBICOCCO

 

L’albicocco in Toscana

R. Guerriero

Università di Pisa

 

L’albicocco appartiene alla famiglia delle Rosaceae: genere Prunus, sottofamiglia Prunideae, sottogenere Prunophora; la maggior parte delle varietà coltivate appartiene alla specie P. armeniaca L. (= Armeniaca vulgaris Lam.). Altre specie affini sono il Prunus . brigantiaca Vill. (albicocco marmotto, diffuso nelle Alpi francesi e in Piemonte); il P. ansu Kamarov, diffuso in zone umide del Giappone e Cina, adatto per portinnesto in terreni freschi; il P. mume Sieb. & Zucc., diffuso dalle zone calde del Giappone come ornamentale, da fiore e portinnesto resistente a crittogame e umidità del terreno, produce frutti giallo-verdastri, di polpa non spicca e consistente, utilizzati per la conservazione in salamoia; il P. holosericea Batal. (albicocco vellutato) di probabile origine tibetana, il P. dasycarpa Ehrh (albicocco nero), probabile ibrido albicocco x mirabolano, diffuso in Asia centrale, produce frutti piccoli e scuri, di scarso pregio; il P. sibirica L., coltivato in Russia, di scarso valore carpologico, induce come portinnesto forme nane; il P. mandshurica (Maxim.) Koekne, originario della Corea, resistente al freddo come il precedente, apprezzato come pianta ornamentale per la vistosa fioritura.

L’origine dell’albicocco, secondo Vavilov (1926), sembrerebbe avvenuta da tre grossi centri. Un centro della Cina centro-occidentale, fino al Tibet, un secondo centro dell’Asia centrale, fino al Kashmir e infine il centro del vicino oriente, esteso dalla Persia nord-orientale fino al Caucaso e al centro della Turchia. Ulteriori studi (Kostina, 1936) hanno distinto all’interno del P. armeniaca , quattro gruppi principali (Asia centrale, Irano-caucasico, Dzhungar-Zailii, Europeo) ciascuno dei quali corredato da un numero variabile di sottogruppi. Il gruppo Europeo è il più giovane come origine e deriva dal limitato numero di forme che furono introdotte dall’Armenia (da cui armeniaca), dalla Persia e dai paesi Arabi. La tradizione riporta come Alessandro Magno introducesse la specie in Epiro; in Italia cominciò a essere noto all’inizio dell’Era Volgare ed è nominato da Gaio Plinio, Palladio e Lucio Columella, che lo descrivevano come praecoca o praecocia.  In epoca successiva il Del Riccio (1595), con il termine di albicocca, differenzia “quattro sorti” (varietà): A. gialle con nocciolo dolce, Alberge (nocciolo amaro), Meliache (piccole, con nocciolo “amaretto”) e A. d’Aliandria (di Palermo o Napoli) piccole ma di rara bontà. In Italia l’albicocco assunse nel tempo nomi locali, come “maniaga” in Romagna e “armellino “ in Toscana. Molti pomologhi usano termini diversi per la loro descrizione: muniacus (P. Crescenzi) bericocche, crisomele e mele d’oro (Della Porta), armoniache (A. Gallo), bricoccole (Malvasia), arbricocche (C. Stefano).

Prunus armeniaca L.: (albicocco comune) Albero di medio sviluppo, non oltrepassa generalmente gli 8-10 metri di altezza, con fusto di oltre 25 cm di diametro e ramificazioni che iniziano dai 25 cm ai 2 metri di altezza. Il tronco è robusto, con corteccia bruno-violacea, profondamente solcata in senso longitudinale. I rami giovani sono di colore rossastro, rami fragili, lenticellati e con andamento disordinato, a formare una chioma tendenzialmente folta e rotondeggiante; sono presenti gemme a fiore e a legno. Le foglie sono alterne, glabre, di forma da ovoide a ellittiche; assumono un colore verde lucente sulla pagina superiore, verde chiaro in quella inferiore che si presenta piuttosto coriacea. Il margine è doppiamente dentato, il picciolo è lungo, con una o più glandole reniformi o globose.  Fiori numerosi, subsessili, solitari o anche appaiati, presentano colorazioni diverse secondo le varietà ed anche l’andamento climatico, con una scala cromatica dal bianco al rosa intenso e rosso chiaro; originati da gemme presenti sui rametti di un anno, singole o riunite in dardi fioriferi. Le cultivar si possono differenziare notevolmente fra loro riguardo alle caratteristiche morfologiche, alle modalità di ramificazione e fruttificazione ed anche alla durata e andamento della dormienza invernale. La fioritura è generalmente precoce, segue di poco quella del mandorlo e precede lo sbocciare delle gemme a legno. La quantità dei fiori appare più intensa all’estremità del rametto di un anno. Il frutto è una drupa ombelicata quasi sessile, da globosa a d oblunga, di colore giallo-aranciato, spesso soffuso di rosso all’insolazione, percorsa longitudinalmente da un solco ventrale, con polpa gustosa, profumata e zuccherina. Il nocciolo è generalmente non aderente, di colore scuro, con mandorla generalmente amara, dolce in alcune cultivar. L’albicocco coltivato alle nostre latitudini resiste bene al freddo, in maniera superiore a pesco e vite, ma dimostra poca tolleranza ad ambienti molto umidi e teme la pioggia prolungata e il freddo in fioritura. L’autosterilità si presenta in misura minore di altre specie, comunque si dimostra utile la fecondazione incrociata, specialmente in cultivar derivate da incroci interspecifici eseguiti per valorizzare caratteri di resistenza a stress abiotici.

 

Quando arrivò l’albicocco in Toscana? E’ difficile dare una risposta sicura a questa domanda.

Tutti sanno che l’albicocco non è una pianta autoctona dell’Italia, ma dell’Estremo Oriente e che i romani l’hanno introdotto in Italia, forse dalla Grecia, forse direttamente dall’Armenia, a seguito delle guerre condotte in quelle regioni, forse nel 70-60 a. C, certamente prima del IV secolo dopo Cristo. Inizialmente, confondendo il frutto con quello del pesco, la avevano indicata come arbor praecocius, vale a dire i cui frutti maturavano più precocemente delle altre pesche, da qui sarebbe derivato il nome volgare di “albericocco” o bericocco. I dotti  invece per distinguerlo lo chiamavano pomo armeniaco, da cui Prunus armeniaca in latino.

Lo stesso nome arabo “al barqùq”, secondo alcuni (Hehn, 1894) sarebbe derivato dal latino praecoqua, con cui i greci e i romani indicavano il frutto, a dimostrazione di come molto spesso i preconcetti si trasmettano nei secoli, passando indenni lingue e frontiere.

E’ probabile che quest’attributo di praecocius si sia ostinatamente trasmesso per molti secoli legato al nome di molte varietà, non solo nella lingua italiana, ma anche in altre lingue come quella francese o tedesca, tanto è vero che, consultando i vecchi trattati, s’incontrano numerose antiche varietà il cui nome è preceduto dall’attributo “Precoce”, oppure “Fruhe”, mentre in realtà il frutto nel calendario di maturazione di questa specie risulta a maturazione media o tardiva.

Il fatto che questo frutto venga indicato in molte regioni italiane con nomi molto disparati e di diversa origine linguistica (meliaca, magnaga, crisommela, armellina, arbericocca, bericoca, varcoca, alberge, sbergia, libbergia, vermicocca) starebbe a testimoniare anche la diversa origine del materiale genetico e le differenti epoche e vie di penetrazione nella penisola (Grecia, Nord Africa, penisola Balcanica, paesi d’Oltralpe ecc.).

Si può quindi ritenere che già in quegli anni fossero presenti alcuni centri di raccolta e di successiva diffusione di numerose varietà in diversi ambienti L’albicocco, tramite la libera impollinazione incrociata e la successiva propagazione per seme, ha dato così luogo a un elevato numero di varietà anche dissimili tra loro che, grazie alla ricchezza di caratteristiche bio-agronomiche ed organolettiche, hanno potuto adattarsi alle piu’ disparate condizioni pedoclimatiche.

Il frutto, sempre stimato e celebrato, fu ritenuto degno di essere accolto negli orti e nei giardini dei conventi e delle canoniche e più tardi in quelli dei primi orti botanici (giardini dei semplici) e ricordato nei trattati anche (o soprattutto) per le sue doti farmacologiche. Il medico greco Dioscoride, infatti, vissuto tra il 40 e il 90 dell’era volgare, aveva incluso questa pianta tra le circa 60 inserite nel suo trattato “De Materia Medica”, mettendo in evidenza, tra l’altro l’utilizzo dell’olio di semi per le emorroidi.

La fortuna di questo trattato, corredato di numerose illustrazioni delle piante citate e tradotto dal greco in arabo e in latino, stimolò numerosi studiosi (Pierandrea Mattioli, 1544, Amatus Lusitanus, 1553, Castore Durante, 1585, Fabio Colonna 1595), i quali si dedicarono al commento delle notizie riportate da Dioscoride, allargando l’indagine botanica e curando una più accurata descrizione sia morfologica sia illustrativa delle nuove specie o varietà raccolte.   Al senese Mattioli va il merito, non solo di aver tradotto in italiano i libri di Dioscoride (1568), ma anche di aver distinto ed illustrato due tipi di “ARMENIACO”: uno a frutto più piccolo, l’altro a frutto più grosso.

A partire da questa data i botanici cominciano a raccogliere esemplari e notizie sulle diverse “sorte” in cui è possibile distinguere le specie botaniche e quindi anche gli alberi da frutto e tra questi l’albicocco.

Sono di quel periodo l’erbario ed i manoscritti del bolognese Ulisse Aldovrandi (1568 ca), il trattato dello studioso napoletano Gian Battista della Porta  (1583). Questi due illustri studiosi attribuivano un valore distintivo ai nomi che il volgo attribuiva ai differenti tipi di albicocco che avevano individuato: così per il primo la cosi detta Bericocca era di pezzatura maggiore, mentre le Moniache erano a forma di cuore e le precoci (citate da Galeno)  erano le più piccole (Baldini, 2004), mentre il della Porta chiamava bericocche le albicocche a polpa bianca, poco consistente, non spicche ed a mandorla amara e considerava le crisomele, di maggior pregio, di differenti pezzature, soave aroma e molto colorite, polpa spicca e mandorla talvolta amara.

E’ difficile seguire l’evoluzione del germoplasma di albicocco, non solo in Toscana, ma anche negli altri paesi. L’unica traccia relativamente sicura è fornita dai trattati botanici o agricoli e più recentemente dai cataloghi vivaistici, completata logicamente da indagini accurate sul territorio, ben coscienti tuttavia della limitata vita delle piante, della inesorabile spinta economica ed infine della   fallacia della memoria dell’uomo.

L’abate fiorentino Agostino Del Riccio descrive nel suo  Trattato di Agricoltura (1595) come i Granduchi di Toscana utilizzassero i loro agenti commerciali o diplomatici, dislocati presso le principali corti europee, per raccogliere ed inviare ai giardinieri delle loro Ville fiorentine, marze delle più disparate varietà delle diverse specie di fruttiferi e tra questi appunto quelle di albicocco, per arricchire i già famosi Pomari. E’ impossibile sapere quante diverse varietà di albicocco (secondo il concetto attuale) furono raccolte dai Granduchi di Toscana a partire da Cosimo I. Infatti già circolavano in Europa numerose varietà, alcune delle quali ottenute fortunosamente da seme e che gli studiosi dell’epoca avevano difficoltà a distinguere.  Del Riccio le classificava in quattro grandi gruppi: albicocche vere e proprie (gialle con seme dolce), alberge (gialle, grosse con semi amari), meliache (gialle, piccole con semi leggermente amari) ed alessandrine (piccole, molto dolci).

In Toscana un prezioso aiuto ci viene dal desiderio dei Granduchi (ed in particolare Cosimo III) di fornire ai posteri una testimonianza di queste preziose raccolte dei Pomari delle Ville Granducali ed incaricarono il pittore Bartolomeo del Bimbi (1699) ed il botanico Pietro Antonio Micheli (inizio del ‘700) di rappresentare e descrivere le centinaia di campioni di frutti che quotidianamente arricchivano le mense granducali. Il pittore di corte riprodusse nei sui “cataloghi” una decina di varietà di albicocche il pomologo P. A. Micheli segnalò la presenza di sette di varietà “poste alla mensa” granducale.

Sulle base di queste due testimonianze incrociate siamo quindi in grado di sapere che sicuramente alla fine del XVII° secolo in Toscana erano presenti undici varietà di albicocco (Cristoferi e Faccioli, 1982). Non è senza significato il rilevare come in quelli stessi anni la collezione granducale annoverasse ben 36 varietà di pesco e 34 di ciliegio (Baldini, 2004).

Non molto più ricco era il numero di varietà di albicocche coltivate nei giardini botanici di Palermo: il siciliano Cupani (1696) nel suo dotto trattato in latino ne enumera, con un sommario tentativo di descrizione, oltre una decina, riportando a fianco di ognuna il nome siciliano con cui il popolino era solito indicarle. Alcune di tali varietà potrebbero essere quelle citate da Micheli (varcocu lisciandrinu, pilosus, varcocu lisciandrinu lisciu, Varcocu lisciandrinu veru) o da altri illustri botanici stranieri, quali Caspari Bahini (1623), Iohannis Bauhini (1650/51), Paul Hermann (1686): Mala Armeniaca majora, nucleo dulci, Mala Armeniaca majora, Mala Armeniaca minor. Dalle sommarie descrizioni appare tuttavia chiaro che alcune di tali varietà sono state ottenute da seme e non appaiono vantare grandi merito, causa la pezzatura ed il sapore poco gradito  del frutto:  Varcocu minuto, nucidda di nova sciorta; varcocu amarosticu di la mala sciorta, varcocu nucireddu, varcocu sarvaggiu virdonico. Vi sono numerose testimonianze che questa passione di collezione di varietà più o meno rare delle piante da fiore e da frutto si comunicò rapidamente tra i ricchi ed i potenti, alimentando tutta una corrente vicendevole di scambi di marze e piante già innestate. I giardinieri, per soddisfare le richieste dei loro signori, si specializzarono nella propagazione e nell’innesto delle specie e cultivar più desiderate. Col passare del tempo la richiesta di piante (da frutto ed ornamentali) aumentò a cascata, tanto da indurre alcuni capi giardinieri di ville signorili a mettersi in proprio per poter rifornire i giardini e gli orti dei ricchi borghesi. Fu così che progressivamente nacque il vivaismo, affermandosi specialmente negli orti di Pistoia alla metà del XIX° secolo ( Vezzosi, 1990).Questo fenomeno e la conseguente evoluzione non è tuttavia da considerarsi tipica della Toscana, avviene anche in altre regioni italiane e straniere dove ad un fitto tessuto di ville e giardini nobiliari, legati per lo più alla presenza di una corte ducale, granducale o reale, fa seguito l’insediarsi di una ricca borghesia. Nei giardini e negli orti delle ville e dei conventi le piante da frutto (ed in particolare il pesco e l’albicocco) vengono allevati a spalliera o a controspalliera protetti a nord da alti muri, spesso costruiti appositamente, in modo da creare un microclima protetto, specialmente nei confronti delle gelate primaverili. Ciò nonostante il numero delle varietà conosciute dai pomologi del XVIII secolo (La Quintine, Duhamel du Monceau, Berryais) non sembra superare la decina.La maggior parte di queste vecchie varietà hanno frutti piccoli, ad epidermide liscia o scarsamente tomentosa, non particolarmente attraenti, a polpa bianco giallognola, non spicca, ma  molto succosa. A seguito della loro destinazione non viene data importanza né alla produttività complessiva dell’albero né alla contemporaneità di maturazione dei frutti ed ancor meno alla scarsa tolleranza ai trasporti. Il giardiniere raccoglie con molta cura, ogni mattina, i pochi frutti che considera maturi, li ripone dentro un panierino imbottito e lo consegna alla cucina dei signori.

Soltanto nel XIX° la lista delle varietà di albicocco comincia ad aumentare di lunghezza e la loro descrizione si fa più precisa (Tab. 1). Ci si comincia ad accorgere che le cosiddette  Alessandrine, differiscono tra loro per diversi caratteri (epoca di maturazione, tomentosità dell’epidermide, colore della polpa e sapore del seme): Poiché queste alessandrine (o lisciandrine) sono segnalate fin dal 1600 da diversi autori come diffuse sulle rive del Mediterraneo (Napoletano, Toscana, Liguria, Sicilia e Provenza), è probabile che derivino da Alessandria d’Egitto (scalo di quasi tutte le città marinare italiane), piuttosto che da Alessandria in Piemonte, come supposto invece più tardi da Gallesio (1817).

Casella di testo: Pomona Italiana di Giorgio Gallesio (1817-1839) www.pomonaitaliana.it Circa un secolo dopo Ottaviano Targioni Tozzetti (1809) riporta il nome di 17 varietà di albicocco, in coltura nel territorio toscano,  comprendenti oltre quelle ricordate dal Micheli, altre provenienti da Genova, Padova, Venezia e Sarzana. I nuovi tempi e le nuove idee si comincia a parlare di coltivazioni di pieno campo con forme a pieno vento. Il “Dictionnaire des sciences naturelles” (1816), alla cui traduzione collabora Targioni Tozzetti (1830) ne enumera 18, Hogg nel suo trattato del 1860 arriva già a 27, Molon (1898) alla fine del secolo ne descrive 38.

E’ interessante rilevare come accanto a quelle 7-8 varietà, citate dagli autori precedenti, a partire dal Micheli, forse non sempre correttamente riconosciute, appaiono i nomi di una ventina e nuove varietà. Quasi tutte tali novità hanno avuto origine in Francia, sia nelle regioni centrali di (‘Luizet’, ‘Angoumois’, ‘Chancelier’, ‘Messico’, ‘Mille’, ‘du Clos’, ‘Tours’),  che vicino a Parigi (‘Duval’, ‘Precoce di Monplaisir’, ‘Versailles’) o ancora più a nord (‘de Jouy ‘, ‘Nancy’) , in Germania: (‘Esperen’) , Inghilterra (‘Moorpark’ , ‘Blenheim’, ‘Hemskirke’),Olanda (‘di Olanda’, ‘di Breda’).Bisogna ammettere quindi che non soltanto i pazienti orticultori delle pendici vesuviane iniziarono un lavoro di miglioramento genetico, seminando i semi della libera impollinazione, selezionandone ed innestando quelli che davano i frutti migliori (Guerriero, 1982), ma anche i giardinieri-vivaisti dei paesi dell’Europa più settentrionale. Con la differenza che il lavoro di questi ultimi ha avuto una cassa risonanza molto più ampia, tanto che i loro ottenimenti si sono rapidamente diffusi anche al di fuori della loro regione di origine, non solo in Europa, ma anche nel resto del mondo. Inizia così quella tradizione, viva tutt’oggi, di diffusione internazionale, tramite presentazione a Congressi pomologici francesi e belgi e quindi attraverso l’opera dei vivaisti, di varietà di albicocco dai frutti sempre più belli e più grossi, magari più resistenti ai trasporti, ma di cui nessuno conosce l’adattabilità alle condizioni climatiche delle regioni a clima meno rigido e, fatto essenziale, la produttività.I vivaisti italiani, senza alcuna verifica sperimentale, vengono sedotti dalle sirene transalpine e così, dall’inizio del secolo fino al 1940 propongono ai loro clienti italiani e stranieri 25-26 varietà, di cui soltanto una decina di origine italiana: In larga parte sono le varietà citate nel Dizionario sopra citato, oppure dal Molon (o.c.). Compaiono saltuariamente tra le varietà italiane presenti, oltre alle ormai classiche ‘Alessandrine’, ‘Precoce gialla’ (forse un’altra Alessandrina),’di Germania’ (già presente nei dipinti di Bartolomeo del Bimbi), ‘Mandorla dolce’, ‘Romano’, ‘Particolare’,  ‘S. Ambrogio’, una serie di nuove varietà (o varietà popolazioni): ‘Persicina’, ‘Precoce d’Italia’, ‘Precoce di Toscana’, ‘della Venosta’ e una cultivar (‘Re Umberto’) ottenuta probabilmente per libera impollinazione di ‘Ananas’. I vivaisti italiani più importanti, tra cui quelli toscani, ignorano quasi completamente la copiosa ricchezza di variabilità genetica venutasi a creare alle pendici del Vesuvio.Tutto questo appare chiaramente anche dall’esame dei ricchi cataloghi vivaistici del dopoguerra, (1947- 1957), quando probabilmente è apparsa chiaramente la inaffidabilità di molte delle cultivar di oltralpe alla coltivazione di pieno campo.  Adesso il numero delle cultivar di albicocco offerte  dai vivaisti pistoiesi (vivacemente attivi in tutta la penisola) oscilla tra 10 e 15, mentre le cultivar italiane sono solo 6 o 7 (Marzialetti com. personale) . Si insiste nel proporre le più titolate cultivar ‘Luizet’, ‘Paviot’, ‘di Nancy’,  ‘Precoce di Boulbon’, dai bei frutti, ma spesso  con grosse  problematiche  di adattamento e di produttività. Una accurata indagine capillare condotta da Scaramuzzi nel 1962 in tutte le province italiane, indicava la coltivazione di oltre 90 varietà si questa specie in circa 40 province, con un limitato numero (8-9) di importanti aree di coltura. Stime abbastanza attendibili sulla potenzialità del germoplasma italiano indicherebbero in circa 270 il numero delle accessioni disponibili (Guerriero, 1992).  Anche in Italia, come accaduto in altri paesi, la coltivazione dell’albicocco si era espansa solo in zone collinari ben determinate: sono stati i piccoli coltivatori che, sperimentando sulla loro pelle, grazie al passa parola individuano le cultivar idonee (una o due) per ogni zona. Sulle colline di Savona la ‘Valleggia’, su quelle di Cuneo la ‘Tonda di Costigliole’, sulle pendici della val Venosta la varietà omonima (o ‘Vintschgauer’), sulle colline veronesi, su quelle imolesi la ‘Precoce d’Imola’ e la ‘Reale d’Imola’, su quelle Pisane la ‘Precoce di Toscana’ e la ‘Precoce Colomer’.In Toscana comunque l’albicocco non sembra mai aver avuto grande fortuna, anche se ripetutamente segnalato nel Pisano, sia da Targioni Tozzetti (1802) che da Gallesio (1817) e Tamaro (1929) e riportato per molti anni negli Annali di Statistica Agraria. L’indagine di Scaramuzzi (1962) enumera in Toscana undici varietà, 5 delle quali sicuramente di origine straniera (Tab. 2). E’ evidente che sono quasi tutte varietà diffuse dai vivaisti e di probabile provenienza extra regionale. Questa illazione si basa logicamente solo sul nome, anche se l’esperienza insegna che non sempre il commercio rispetta l’esatta denominazione delle varietà, ma invece la modifica,  molto spesso, in funzione della richiesta del mercato, creando un complesso gioco di sinonimie ed omonimie. Alcuni casi sono infatti sintomatici (Tab. 2).

Negli anni successivi la coltivazione dell’albicocco ha cambiato volto: e’ passata dalla coltura promiscua a quella specializzata, si e’ andata contraendo in alcune zone tradizionali (Liguria, colline di Illasi nel veronese, Val Venosta) per concentrarsi ed estendersi in Campania, Romagna e nel Metaponto, passando da una produzione di 23.000 t negli anni 1950 a .circa 200.000 t nel 2007.

Nello stesso arco di tempo è stata condotta una serie di ricerche allo scopo principalmente di valutare il comportamento agronomico e produttivo delle principali varietà diffuse nelle diverse regioni frutticole e  studiare l’adattamento di varietà di altra provenienza, italiana o straniera (Cirillo, Fideghelli, Monastra, 1975; Sansavini et alii, 1975; Guerriero, Xiloyannis, 1975 a e b; Sansavini et alii, 1982), giungendo alla costituzione di un Gruppo permanente di Lavoro dl MiPAF per la formulazione delle Liste di Orientamento varietale (Pennone et alii, 2001; Massai, 2009).

Malgrado ciò, mentre la coltura dell’albicocco in Italia ha raggiunto la superficie di 15.649 ettari, in Toscana supera di poco i 270 ettari, (con un decremento del 3% negli ultimi 4 anni), distribuiti quasi esclusivamente nelle province di Firenze (40%), Grosseto (18%), Pisa (17%) e Livorno (15%). La produzione oscilla mediamente intorno alle 2.900 t con oscillazioni positive o negtive intorno al 10%.

Le ragioni di una mancata diffusione di questa specie nella nostra regione risiedono in alcune cause non tutte facilmente rimuovibili:

1)      scarsa adattabilità di molte cultivar, per lo più di origine continentale, a condizioni climatiche diverse da quelle delle aree di origine. La frequente siccità estiva ostacola molto spesso la differenziazione fiorale e la mancanza di freddo durante il periodo invernale impedisce la corretta dormienza delle gemme.

2)      forte sensibilità dei fiori e dei frutticini alle gelate primaverili;

3)      scarsa tolleranza agli attacchi di Monilinia laxa sui fiori;

4)      il clima della Toscana, specialmente quella litoranea, è tra i meno adatti a questa specie: a mesi invernali con temperature miti, fanno molto spesso seguito primavere con frequenti gelate, non molto gravi (-3, -5°C), ma sempre capaci di distruggere o comunque ridurre la fruttificazione dell’albicocco;

5)      le vecchie varietà locali sono risultate molto spesso inadatte alle attuali esigenze del mercato che richiede frutti di grosse dimensioni, con epidermide arancione ricca di sovracolore rosso, polpa arancione, consistente,  in grado di sopportare i disagi dei trasporti e delle manipolazioni.

 

Conclusioni

Da quanto fino ad ora esposto è evidente che l’albicocco, anche se non autoctono della Toscana, vi è presente da oltre 500 anni. Nella Tab. 3 è riportato l’elenco delle cultivar che nel 1992 risultavano aver avuto origine in Toscana o essere coltivate da almeno una trentina di anni. L’origine genetica del numeroso materiale giunto nel corso dei secoli è quasi sicuramente la causa prima dell’insuccesso economico di questa coltura, unitamente agli originari obiettivi edonistici e mercantili. La presenza di una vivace attività vivaistica, attentissima alle novità oltremontane, ha più nuociuto che avvantaggiato la diffusione della coltura di questa pianta nei diversi ambienti della regione. Se in angoli più o meno remoti esistono individui che, avendo superati il vaglio del difficile ambiente climatico toscano, sommano alle ottime caratteristiche organolettiche, anche una eccellente fruttificazione, questo si deve all’intraprendenza ed alla testardaggine dei singoli agricoltori, che, incuranti degli insuccessi, hanno continuato a seminare il frutto di eventuali incroci più o meno spontanei tra le antiche varietà mediterranee e le varietà continentali, tanto decantate, ma così deludenti  dal punto di vista produttivo. Anche se può apparire strano che una eventuale simile meraviglia sia potuta restare fino ad oggi nascosta, è doveroso invitare i giovani ricercatori ad estendere le loro indagini, abbinando tuttavia le ormai immancabili analisi molecolari con la doverosa sperimentazione pluriennale in campo delle eventuali accessioni rinvenute nel loro lavoro di esplorazione.

L’albicocco è una pianta dispettosa: produce meravigliosamente in un angolo di cortile, ma spesso crea mille problemi quando portato in pieno campo. Come accade a quel tecnico che, giunto all’età della pensione, avendo scoperto una pianta meravigliosa vicino ad un casolare abbandonato, senza troppe osservazioni, né indagini, investì tutta la sua liquidazione per impiantarne diversi ettari. Salvo poi scoprire negli anni successivi che la “sua” varietà, moltiplicata in centinaia di esemplari e coltivata regolarmente, andava incontro a tutti i problemi delle varietà di albicocco che conosceva: disaffinità di innesto, scarsa produttività, sensibilità alle malattie ed alle gelate primaverili ecc. Dovette così ammettere di aver fatto un investimento infruttuoso!

Senza abbandonare la strada del recupero del germoplasma, non è quindi meglio cercare di combinare con il miglioramento genetico le  migliori caratteristiche delle cultivar locali con quelle ben sperimentate che vengono da alcuni genitori che provengono da altre regioni o da altri paese che già nel passato hanno preso il meglio del  germoplasma italiano?

E’ quello che è stato fatto una ventina di anni or sono arrivando a costituire, lavorando sulle vecchie cultivar toscane cultivar come ‘Antonio Errani’ e ‘Pisana’, diffuse ormai in  tutta Italia o più recentemente con varietà come ‘Angela’ e ‘Maharani’, figlie entrambe di madre straniera, ma con padre toscano. Ed allargando un po’ l’orizzonte le più che promettenti : ‘Claudia’, ‘Gheriana’,  ‘Bona’, ‘Sillari’ e ‘Ammiraglia’ che vantano almeno un genitore proveniente dal germoplasma campano, per lungo tempo in giustamente trascurato dai nostri vivaisti!

Autori citati

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Sansavini S., Cristoferi G., Filiti N., Gallis A., Grandi M., Sarti D. 1975. Ricerche alla attitudine alla trasformazione industriale delle albicocche. Atti “I. F. SOI  sui problemi e prospettive della coltura dell’albicocco” Imola: 101-122.

Sansavini S., ., Grandi M., Benini G., Cavicchi C.  1982. Indagine sull’adattabilità dell’albicocco nella pianura padana: positivi risultati di alcune cultivar vesuviane;  Informatore Agrario 13.

Tamaro d. 1929. Frutti di gran reddito, Milano.

Targioni Tozzetti O. 1802. Lezioni d’Agricoltura, Tomo I, presso Piatti, Firenze.

Vezzosi C., 1990. Il vivaismo pistoiese, Centro Studi per il vivaismo, Pistoia.


Tab. 1- Elenco delle varietà di albicocco descritte dai diversi Autori nei loro trattati

In grassetto quelle segnalate come  presenti all’epoca  in Toscana

 

 

Micheli (fine XVII° )

Bimbi 1699

Gallesio

1817-39

Dizionario 1830

Molon 1890

Alberge

 

 

 

X

 

Albicocca-pesca

 

 

 

X

 

Alessandrina gialla precoce

primaticcia

X

 mandorla amara

o di Malta primaticcia

X

Alessandrina lucente precoce

 

 

X

 

X

Alessandrina lucente tardiva, (di Malta ?)

 

 

 

 

X

Alessandrino bianco

 

 

X

Muschiata primaticcia

X

Alessandrino rosso grande

 

 

 

 

X

Angoumois (di)

Parva rotunda, nucleo dulci

 

 

X

 

Bianca di Genova

Alba praecox

X

 

X

Bianco precoce

Bianca tardiva

Albo serotino, nucleo dulci

X

 

X

 

Desfarges

 

 

 

 

X

Esperen

 

 

 

 

X

Germania grossa lunga (di)

Di Germania fructu magno oblungo, compresso

 

X

X

 

Germania tonda (di)

Di Germania fructu rotondo

X

 

 

 

 Jouy (de)

 

 

 

 

X

Luizet (du Clos)

 

 

 

 

X

Mandorla dolce (sin. Mognaga)

 

 

 

 

X (A. lucente tardiva?)

Miliaca

X

X

 

 

 Moniaca

Moscato di Provenza

 

 

 

 

X

Musch (di)

 

 

 

X

 

Nancy (di)

 

 

diGermania

X

X

Nera

A. atro purpurea

 

 

violetta

 

Nostrale nocciolo amaro

Nostrale seme dolce

X

 

X

 

Olanda (di)

 

 

 

(S. dolce)

Di Breda

Padova (di)

 

X

 

 

 

Portogallo (del)

 

 

 

X

 

Precoce di Boulbon

 

 

 

 

X

Precoce di Monplaisir

 

 

 

 

X

Precoce muschiata

 

 

 

 

X (precoce)

Provenza (du)

 

 

 

X

 

Reale (Royal)

 

 

 

 

X

Romana (Comune)

 

 

 

 

X

S.Ambrogio (Ambrosia)

 

 

 

 

X

Sardegna (di)

 

 

 

X

 

Sarzana (di)

 

 

 

X

 

 Siria  (di) (Kaisha)

 

 

 

 

X

Tardiva di padre Napoli

X

X

 

 

 

Venezia (di) del Padre Napoli

 

X

 

 

 

 

 

Tab. 2 – Varietà di albicocco presenti nelle diverse province toscane, secondo un’indagine condotta da Scaramuzzi Franco nel 1962

Varietà

Caratteristiche

Grossa del Giardino

Appartiene ad una antichissima famiglia con numerosi biotipi diffusi con nomi diversi. (Alessandrino rosso grande)

Luizet

Famosa albicocca francese originaria da Lione (1837), diffusa anche col nome di ‘du Clos’, bel frutto e di buon sapore, inadatta negli mbienti a estate caldo-arida e ad inverno mite. Nota in Toscana anche come ‘Francese’

Paviot

Originaria anch’0essa da Lione (1893), frutto pezzatura media, seme amaro

Pesca di Nancy

Talvolta indicata anche col nome ‘di Nancy’ semplicemente, descritta per la prima volta in Francia nel 1743, diffusa in Belgio, Olanda, Inghilterra e Germania, forse anche con altri nomi (albicocca di Brussel, di Germania (Gallesio, o.c.), del Luxemburg, del Würtemberg, albicocca pesca. Tamaro (o.c.) , avendola trovata diffusa  nel genovesato, nel Piemonte, nel Pisano, in Sardegna,  nel napoletano, in Dalmazia ed in Istria , sia pure con nomi diversi, ritiene che sia originaria del bacino del Mediterraneo. Seme amaro

Precoce  di Colomer

Varietà rustica, portamento irregolare, frutti piccoli, epidermide aranciata, polpa soda, arancione, leggermente acida

Precoce di Boulbon

La ‘ Precoce di Boulbon’ a polpa soffice, bianca o giallo chiara, descritta da Gallesio (o.c.) e da Löschnig  e Passecker (1954) non sembra corrispondere a quella venduta dai vivaisti italiani e francesi negli anni 1960, talvolta anche con i nomi di ‘Canino’ (forse un clone)  e ‘Bulida’. Seme amaro..

Precoce di Firenze

Varietà con frutto a polpa molle, poco zuccherina, adesso commercialmente molto apprezzato, che taluni vivaisti ribattezzano, forse impropriamente, coi nomi di ‘Precoccissima’, ‘Precoce di Toscana’ e ‘Precoce d’Italia’ Molto simile a ‘Grana di Albenga’

Precoce di Toscana

Quasi sicuramente un sinonimo di ‘Precoce di Firenze’

Precoce d’Italia

Nel tempo sono circolate varietà diverse sotto questo nome.

Reale d’ Imola

Il nome Reale è è da considerarsi intramontabile: troppo attraente per non essere attribuito ad una varietà dai frutti molto belli, grossi
e dal buon sapore. Sono circolate pertanto nel tempo numerose Reali, spesso molto dissimili tra loro,.
Una Reale o Royal o Königsaprikose viene infatti riportata da Molon (o.c.), come rinvenuta nei giardini del palais du Luxemburg a Parigi
prima del 1837, non sembra tuttavia che abbia niente a che vedere con la R. d’Imola, in quanto il seme della Reale parigina è amaro, mentre
quello di quest’ultima è dolce. Il frutto della R. d’Imola sembra avvicinarsi un po’ di più alla Royal Orange descritta da Hogg (1830):
ha infatti valve asimmetriche, polpa soda, arancione intenso, seme dolce.

Val Venosta

Frutto medio grosso, originario della Val Venosta, apartiene alla stessa famiglia di ‘Luizet’ e ‘di Breda’, pur diversificando leggermente per i caratteri dei frutti.

 

Tab. 3 - Varietà di albicocco presenti in Toscana da alcuni decenni e descritte nel registro varietale dell’Arsia – Regione Toscana (1992)

 

N.

Accessione

A rischio

Diffusione

Origine

1

Alessandrino

si

Intero litorale italiano

Sconosciuta, forse la più antica (XVII° sec)

2

Amabile Vecchioni

si

Province Livorno e Grosseto

Da seme DCDSL Pisa

3

Antonio Errani

no

Territorio nazionale

DCDSL Pisa, libera fecondazione di R. Imola

4

Canino Bello

si

Esistono altri cloni a diffusione nazionale, questo proviene dal litorale livornese

Remota, citato come italiano da Hogg (1860)

5

Certosa A 5

si

pisano

Sconosciuta, da Certosa di Calci (PI)

6

Certosa A 8

si

pisano

Sconosciuta, da Certosa di Calci (PI)

7

Comune (Romano)

si

Probabilmente intero territorio nazionale

Antichissima varietà già nota nel XVII° sec.

8

Del Pittore

si

Intera regione

Antichissima, dipinta da B. Bimbi (XVII° sec)

9

Di Germania

si

Intera regione

Citata già da Micheli (XVII° sec) vedi tab. 1

10

Dulcinea

no

Territorio nazionale

DCDSL Pisa

11

Francese

si

Province interne, montane (Lucca, Pistoia, Firenze, Arezzo)

Probabile sinonimo di Luizet (Molon 1890) detta dai vivaisti anche Luisette

12

Giada

si

Intera regione

DOFI  Firenze

13

Grossa del giardino

si

Intera regione

Antichissima varietà

14

Particolare

si

Intera regione

Antichissima varietà (citata già nel 1908)

15

Perla

no

Intera regione

DOFI  Firenze

16

Pisana

no

Territorio nazionale

DCDSL Pisa, autofecon-dazione di Precoce di. Toscana

17

Precoce Colomer

?

Intera regione

Vedi tab. 2

18

Precoce di Firenze

si

Intera regione

Vedi tab. 2

19

Primula

si

 Provincia di Livorno

DCDSL Pisa

20

Reale d’Imola

si

Intera regione

Vedi tab. 2

21

S: Ambrogio

si

Provincia di Livorno

Rustica, simile a P. Colomer

22

Sant’Ambrogio - Firenze

si

Intera regione

Società Orticola Toscana, Molon (1890)

23

Tiltonno

si

Province fascia litoranea

Forse una Alessandrino a polpa bianca o bianca di Genova

24

Ungherese gialla

si

Intera regione

Antica varietà, inizio XIX° (Löschnig . Passecker, 1954)

25

Ungherese piccola

si

Intera regione

Antica varietà, inizio XIX° secolo

26

Venturina

?

Provincia di Livorno

DCDSL Pisa